Il cassonetto dei fallimenti di una classe dirigente.

Non suoni come un’offesa alla memoria della storia della città o, peggio, ad un invito alla sommossa, che di sommosse, roghi, blocchi stradali e ferroviari ne abbiamo già visti anche troppi.
Però, che Napoli abbia bisogno di uno scatto d’orgoglio civile, come ha scritto ieri sul Sole 24 Ore Giuseppe Galasso, e di rituffarsi in qualche modo in quello spirito “liberatorio” che nel 1943 – le famose Quattro Giornate – la portò ad insorgere contro l’occupazione nazista, questo nessuno lo può ormai ragionevolmente negare.
Quelle migliaia di tonnellate di rifiuti non rimossi che impestano l’aria sono le nuove truppe d’occupazione, il nemico da cacciare. E quell’emergenza irrisolta che assedia Napoli da quattordici anni gettando la città, e con essa l’Italia tutta, nel discredito internazionale, merita ormai ben di più di un’analisi tecnica e politica del problema.
Il tempo delle parole e delle promesse è esaurito. Napoli ogni giorno produce 1.400 tonnellate di rifiuti. La Campania tutta tre milioni ogni anno, che da qualche parte devono pur finire. Bruciati, “recuperati” o messi in una discarica, evidentemente “a norma”. Ma nessuno vuole sul suo territorio gli inceneritori o le discariche, mentre le anime belle di un ambientalismo di “lotta e di Governo” continuano a parlare di prevenzione e raccolta “differenziata”, quasi che il problema dello smaltimento potesse risolversi da solo.
Intanto i rifiuti vengono accatastati dappertutto, magari in attesa che la camorra, seguendo i suoi particolari piani regolatori, favorisca l’apertura di qualche discarica abusiva. Oppure le “ecoballe” prendono la via del Nord, e arrivano fino in Germania o in Romania, dove vengono smaltite a peso d’oro. L’emergenza ha oggi un solo, vero nome: mancanza di discariche legali.
Ma nessuna soluzione può profilarsi all’orizzonte, dopo tre lustri di commissariamenti fallimentari il cui costo reale nemmeno la Corte dei conti è riuscita a quantificare, se a partire da Napoli, dalla sua classe dirigente e dai suoi cittadini non prenderà corpo quello spirito “liberatorio” che le farà dire: «Basta, così non andiamo più avanti».
Le nuove Quattro Giornate? Una sorta di “marcia dei 40mila” in nome di un Mezzogiorno che rifiuta di essere sommerso dai suoi rifiuti (anche la Puglia è commissariata dal 1994, la Calabria dal 1997, la Sicilia dal 1999)? Dove è finito il famoso “Rinascimento napoletano”? Dove sono in questo caso gli industriali che pure in Sicilia, contro il pizzo e la mafia, hanno cominciato ad alzare la testa? Dove sono i sindacati? Dov’è la Chiesa? Dove sono gli “intellettuali”, i professori universitari e non? Dove sono i cittadini che ancora credono nello Stato?
Quanto alle istituzioni pubbliche locali – a partire dal presidente della Regione, Antonio Bassolino, e dal sindaco di Napoli, Rosa Russo Jervolino – non ci chiediamo neppure dove siano. Perché a fronte di questa vergogna che va in onda sulle televisioni di tutto il mondo, esse avrebbero già dovuto prendere atto, da tempo, del loro fallimento. Lasciando le loro poltrone.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, i cui appelli sono caduti nel vuoto, ha ricordato di recente il meridionalista irpino Guido Dorso e le sue “sferzanti” parole sui limiti della classe dirigente del Sud e l’arretratezza culturale della sua stessa società civile. Che piaccia o no, quella di Dorso e della sua “Rivoluzione meridionale” è in buona parte una lezione ancora attuale.
Immaginiamo che belle giornate sarebbero quelle in cui, armati di pale e secchioni, scendessero insieme in piazza bidelli e imprenditori, commercianti e impiegati, sindacalisti e parroci per cominciare a ripulire la città. Di nuovo, Napoli e l’Italia finirebbero sulle tv di tutto il mondo. E sarebbe una festa civile.

da : sole24ore

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